13 novembre 2012 di Salvatore Aprile
Un patto tra generazioni, che sia un’azione a vasto raggio e faccia da volano per lo sviluppo, parte, ancora una volta, da un fattore culturale. È un ricambio di mentalità, prima ancora di un ricambio anagrafico.
Partiamo da alcuni esempi concreti. Ai lavoratori della Perugina, che volontariamente accetteranno una riduzione dell’orario a 30 ore settimanali, la Nestlè ha offerto la possibilità dell’assunzione per un figlio a tempo indeterminato. Una proposta che l’Azienda definisce un “patto generazionale per favorire l’occupazione giovanile e vincere le nuove sfide competitive, pur in un contesto di crisi”.
Poste Italiane aveva previsto un incentivo di accompagnamento alla pensione pari a 10.000 euro per i 500 dipendenti che hanno scelto l’opzione “Svincolo”, che in cambio offriva l’assunzione di uno dei figli. Due anni fa anche Unicredit accettò la proposta avanzata dai sindacati di assumere i figli dei dipendenti che avessero deciso il prepensionamento, pur fissando alcuni paletti come laurea e conoscenza dell’inglese.
Patto tra generazioni o mero ricambio generazionale? Per capire la differenza ci viene in aiuto il recente scandalo in Regione Lazio: non pochi tra i consiglieri dediti a “toga party”, feste in maschera e ruberie varie avevano meno di 45 anni! A fronte di ciò, invece, un “anziano” come Vittorio Foa, ad esempio, è un indiscusso innovatore.
Ecco perché il recente dilagare di “rottamatori, ricambisti o formattatori”, è di certo sintomo di un’esigenza sentita dai cittadini, così come è altrettanto vero che almeno numericamente è più facile ritrovare una mentalità innovativa tra i più giovani, ma il tema non è da confondere o da limitare esclusivamente a una mera sostituzione di vecchi con giovani.
Al contrario, un patto tra generazioni tale da far cambiare davvero il nostro Paese passa anche attraverso il contrasto al precariato, e a quel discrimine fra chi ha un lavoro a termine e chi ce l’ha a tempo indeterminato, discrimine peraltro vietato dalla direttiva UE numero 70 del 1999.
Un vero patto tra generazioni per cambiare davvero deve ispirarsi, poi, ai criteri della solidarietà sociale garantita dalla nostra Costituzione, iniziando dal liberare i giovani dalla precarietà e garantire loro la realizzazione delle più basilari aspettative di vita. Con l’apporto di “tutti”, ossia con il progresso materiale della società (art. 4 Cost.).
Per essere motore dello sviluppo è necessario anche garantire ai giovani che accedono al mercato del lavoro un adeguato livello di protezione dei loro contratti di lavoro, così da farli accedere al credito e innescare in concreto quel circolo virtuoso dell’economia di cui tanti si riempiono la bocca.
E ancora: in assenza di una efficiente rete di servizi per l’infanzia e per la vecchiaia, c’è purtroppo una stretta relazione tra il deficit di servizi e la più bassa occupazione femminile d’Europa, per la quale il nostro Paese sconta un grosso gap rispetto agli standard europei e agli obiettivi fissati dalla Strategia di Lisbona.
Un vero patto tra generazioni, poi, passa anche attraverso la leva fiscale. Dal quoziente familiare, per cui noi di Cambiare Davvero ci siamo battuti e siamo riusciti a far approvare all’unanimità dall’Assemblea di Roma Capitale, fino alla detraibilità selettiva di alcune spese legate alla cura dei bambini e degli anziani, per non parlare poi del sistematico ricorso ai fondi strutturali UE, dove i regolamenti comunitari (FESR, FSE) prevedono specifiche forme di investimento proprio sulle misure di conciliazione di vita privata e professionale.
Ma anche per far questo servono merito, competenze, e buoni amministratori che facciano politica per passione, anziché per mestiere, perseguendo l’interesse generale, per stringere un patto tra generazioni che non sia solo un ricambio anagrafico ma che faccia cambiare davvero il nostro Paese.
Il Presidente
Salvatore Aprile