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CAMBIARE E DINTORNI

18 settembre 2012 di Egidio Zambrelli

CAMBIARE E DINTORNI

Le relazioni programmatiche lette, di volta in volta, dal Presidente del Consiglio designato di uno dei tanti governi (saremo vicini ai settanta?) succedutisi dal dopoguerra ad oggi, contengono sempre le “improrogabili” riforme in tema di Scuola, Giustizia, Fisco, Ambiente e non solo.

A notare il fatto, svolgendo una ricerca sull’evoluzione della società italiana, un giornalista inglese che, con albionica semplicità, si è chiesto il motivo di tutte quelle continue riforme sullo stesso tema. Possibile che, in tutto il tempo impiegato, non si sia giunti a un aggiustamento soddisfacente?

E’ indubbio, ha equivocato. No collega, non si tratta di passaggi parlamentari dei progetti di modifica successivi a precedenti approvazioni. Si tratta (sempre) di richiami su intenti auspicabili, preconizzabili, augurabili. Con molto ottimismo, da dibattere. La citata riforma è sempre la stessa. Quella mai varata. Il cronista, interessato ad altro, non ha approfondito oltre e, per lui, è finita lì. Per tutti noi no. Gli aspetti più ghiotti fanno parte della nostra storia passata e presente.

L’ amico d’oltremanica, tanto per fare un esempio, resterà all’oscuro del fatto che chi, davanti a microfoni e telecamere, inneggia agli auspicati cambiamenti necessari a una moderna società poi, una volta spente le luci, si ritira all’ombra della frondosa vegetazione degli “orticelli” del potere, fonte di tanti ed esclusivi benefici ad uso degli indisturbati frequentatori. I bla, bla, bla… ufficiali cessano. Hanno inizio i ben più remunerativi silenzi.

Riforme? Cambiamenti? Siamo usciti di senno? E i frutti dell’”orticello”? Che fine fanno? E’ indispensabile difenderli. Si tratta di una buona causa e, una buona causa, per essere protetta, richiede buoni argomenti, come il rispetto di valori ad alto profilo culturale, sociale, etico. Dunque non si deve cambiare nulla, non perché venendo meno la possibilità di gestire la “cosa pubblica” come fosse “cosa privata” non vi sarebbe più la possibilità di ottenere riconoscenza a fronte dell’intervento risolutore dell’intermediario potente (gli irriducibili qualunquisti la chiamano corruzione. Figuriamoci!), non si deve cambiare perché la collettività ne avrebbe nocumento e, questo, vanifica la strenua difesa della buona causa.

Non è così che fanno anche gl’inglesi? Sono gl’involontari suggeritori d’idee. Non nuove, ma la nostra creatività le fa diventare geniali. Con la loro spontaneità democratica e il gusto per le sigle, lo chiamano NIMBY (Not In My Back Yard = non nel mio cortile). Funziona così: si parla diffusamente di come realizzare un progetto senza mai approdare alla conclusione. Altrove l’uso che ne viene fatto è circoscritto ad eventi anomali e straordinari. In Italia, una volta importato il concetto, la tecnica si italianizza. Giustamente. Per cui: che i rifiuti prodotti debbano prendere la via della discarica è pacifico. Non ci piove. Ma quale discarica? Non certo un impianto da realizzare nel nostro comune di residenza. Non se ne parla neppure, ci sono tanti posti dove fare una discarica. Quelli sono idonei. Perché non farla lì? Intanto i rifiuti restano dove sono: in strada. La NIMBY idea è vincente. Per spostare i sacchetti puzzolenti bisognerà accordarsi con gli “smaltitori” ufficiali. Legittimati, s’intende.

Anche le opere pubbliche si devono realizzare. Ci mancherebbe altro. Con alcuni distinguo naturalmente. Ma che, un termovalorizzatore lo volete costruire nella nostra regione? Si troverà pure un sito al di fuori che ospiti questi fastidiosi apparati e che, magari, “trattino” anche i nostri scarti. Per un’autostrada è diverso. Se ne può parlare. Dipende. Da dove passa, come viene articolata, chi la costruisce e quando. Per questi cantieri si potrebbero comporre delle categorie: le opere “apprezzabili”, da realizzare tassativamente nel nostro territorio e quelle “biasimevoli” che si faranno a casa degli “altri”. Accettazione o diniego solo a supporto della buona causa. Mai per tornaconto, sia chiaro.

Il tutto è prospettato in nome della salvaguardia di valori irrinunciabili. Dicono i cinesi (almeno si dice che essi dicono): “accumula sapere come accumuleresti ricchezze”, questa massima da noi deve essere pervenuta parafrasata: “accumula ricchezze senza farlo sapere”. Ma questo non c’entra. O si?

Il concetto vale per la spesa, ma anche per il risparmio. Purché a risparmiare siano gli “altri”. La “spending review”? Sacrosanta. E’ un obbligo morale oltre che una necessità vitale. Va da sé, però, che non si può fare di tutte le erbe un fascio.

Nessun ministero, nessun comune, nessuna regione, nessun pubblico sodalizio può subire tagli. I budget sono già ridotti al lumicino. Che si può tagliare? Si vada a comprimere dove è possibile farlo (agli “altri”).

Gli aiuti alla cultura? Si possono passare sotto silenzio? Cinema, teatro, musei, patrimonio artistico. Bisogna spiegarlo che i tagli alla cultura non possono essere indiscriminati? Lineari? Il valore artistico deve essere l’unico vero mezzo di valutazione per assegnare contributi. La discriminante su cui basare il giudizio è indispensabile che passi attraverso il vigore culturale che l’opera è in grado di esprimere: alto (dei nostri protetti), mediocre (degli “altri”). Se è indispensabile togliere, togliamo agli “altri”. Con le lacrime agli occhi e il cuore infranto,

Oggi, però, si presenta un problema. Sono finiti gli… “altri”. A forza di trasferire i concetti di economicità sugli “altri”, siamo arrivati alla frontiera e austriaci, svizzeri, francesi sono tutti sordi al grido di dolore proveniente da Oltralpe.

Alla luce di tutto ciò è lecito pensare che la letteratura d’inchiesta giornalistica di cui “La casta”, di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, costituisce la punta di diamante, sia stata letta da un gran numero di italiani, ad esclusione dei politici. Qualcuno ha sognato, leggendo i documenti pubblicati, che, chi doveva farlo, avrebbe preso appunti. Si sarebbero rivelati utili al momento di decidere come e dove economizzare, ha vagheggiato. Poi si è svegliato.

In tutta questa ampia materia, un aspetto che sarebbe ingeneroso non sottolineare, è l’impegno con il quale i nostri politici hanno tentato di ridursi prebende, benefit e privilegi. Nulla da fare. I risultati sono stati, a dir poco, deludenti. Hanno sempre incontrato , sul percorso responsabilmente intrapreso, una norma, fin lì a tutti ignota, che impediva loro di incassare di meno. Non si dica ora che non hanno voluto fare sacrifici. Semplicemente non hanno potuto.

Qui il NIMBY non c’entra davvero. Non è una questione di chi paga e dove. In politica non si paga e basta. Lo sa bene il professor Monti che, novello Sisifo, si esibisce in performance da contorsionista per portare a casa qualche briciola di concessione con la quale puntellare la propria credibilità.

Da ultimo non si può passare sotto silenzio la libertà di stampa e di parola. Vogliamo mettere il bavaglio all’informazione? Non lo consentiremo mai. E’ vero che c’è stampa e stampa, verità vera e verità scomoda, ma non siamo noi a dover subire tagli ai contributi pubblici. Semmai gli “altri”. Far mancare gli aiuti all’editoria significa strozzare la libertà. Eccola: la libertà. Era sfuggita. Anche lei fa parte dei valori cui appellarsi. Con parsimonia, in maniera altalenante. Solo quando occorre e… fa comodo. L’argomento libertà, in Italia, si presta bene a un utilizzo intensivo del metodo NINBY: sit-in, marce, blocchi. Tutto è buono per impedire che gli “altri” facciano altrettanto. Rivendicare è un nostro diritto, come pure dissentire, protestare, contrastare. Non è forse così che si salvaguarda la democrazia da chi inneggia con idee in contrasto con le nostre e dunque mostra il suo vero volto: autoritario, assolutista, tirannico, illiberale? E’ il volto degli “altri”.

Ironia a parte queste poche riflessioni, causa di inquietudini molto comuni, rendono impellente il richiamo al cambiamento, tanto invocato quanto disatteso. “Cambiare” è lo slogan ricorrente, politicamente trasversale, comune a gruppi, movimenti e partiti di vecchia e nuova costituzione. In questi ultimi anni il verbo più usato. Lo adotta, tra gli altri, l’Associazione culturale “Cambiare Davvero” che fa capo ad Alessandro Onorato. Come detto nulla di nuovo. Se non fosse per l’uso dell’ avverbio “davvero”. Rafforza il concetto di cambiamento ponendo l’accento sull’esigenza di superare la formula accademica per dare vita al pensiero. Un’imprescindibile precisazione… davvero. Nel periodo che va dalla costituzione ad oggi, l’Associazione ha dato prova di concretezza che fa ben sperare: raccolta di firme per spingere, argomento per argomento, puntigliosamente, il risanamento dei conti pubblici e l’eliminazione degli sprechi, interventi precisi e senza sconti per nessuno, denunce circostanziate e progetti per l’immediato. L’intenzione sembra proprio quella di distinguere tra astrazione dei termini e ferma volontà di giungere alla mèta. Dà fiducia la chiarezza delle posizioni assunte, nessuno spazio a qualunquismo e superficialità. Bandita la retorica.

L’elettore tradito sarà l’avversario di domani. Onorato e amici devono averlo capito e l’investimento in lealtà messo in campo non mancherà di coronare le loro ambizioni. Una buona notizia, se sapranno mantenere la rotta nonostante tutto, per quanti non si arrendono al pessimismo stabile. Avere un cavallo su cui scommettere, di questi tempi, non è poco e provare per credere è il solo mezzo.

In alternativa i soliti cinesi (di cui già si è detto) che sostengono: “quando l’uomo ha esaurito le menzogne, ritrova la verità”. In questo caso bisogna solo avere pazienza.

Egidio Zambrelli

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